GANDHI, LA FORZA DELLA NONVIOLENZA
il 30 gennaio 1948 veniva assassinato il Mahatma Gandhi - 30/01/2008
" La verità non è mai stata rivendicata con la violenza"
(M.K.Gandhi, Gandhi parla di se stesso, EMI, Bologna, p.132)

Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma (soprannome datogli dal
poeta indiano R.Tagore che in sanscrito significa "Grande Anima"), è
il fondatore della nonviolenza e il padre dell'indipendenza indiana.

Nasce a Portbandar in India il 2 ottobre 1869. Dopo aver studiato
nelle università di Ahmrdabad e Londra ed essersi laureato in
giurisprudenza, esercita brevemente l'avvocatura a Bombay.



Nel 1893 si reca in Sud Africa con l'incarico di consulente legale per
una ditta indiana e vi rimane per 21 anni. Qui si scontra con una
realtà terribile, in cui migliaia di immigrati indiani sono vittime
della segregazione razziale. L'indignazione per le discriminazioni
razziali subite dai suoi connazionali (e da lui stesso) da parte delle
autorità britanniche, lo spingono alla lotta politica. Il Mahatma si
batte per il riconoscimento dei diritti dei suoi compatrioti e dal
1906 lancia, a livello di massa, il suo metodo di lotta basato sulla
resistenza nonviolenta- "satyagraha": una forma di non-collaborazione
radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione
di massa. Gandhi giunge all'uguaglianza sociale e politica tramite le
ribellioni pacifiche e le marce. Alla fine, infatti, il governo
sudafricano attua importanti riforme a favore dei lavoratori indiani
(eliminazione di parte delle vecchie leggi discriminatorie,
riconoscimento ai nuovi immigrati della parità dei diritti e validità
dei matrimoni religiosi).



Nel 1915 Gandhi torna in India, dove circolano già da tempo fermenti
di ribellione contro l'arroganza del dominio britannico (in
particolare per la nuova legislazione agraria, che prevedeva il
sequestro delle terre ai contadini in caso di scarso o mancato
raccolto, e per la crisi dell'artigianato). Egli diventa il leader del
Partito del Congresso, partito che si batte per la liberazione dal
colonialismo britannico.

- 1919: prima grande campagna satyagraha di disobbedienza civile, che
prevede il boicottaggio delle merci inglesi e il non-pagamento delle
imposte. Il Mahatma subisce un processo ed è arrestato.

- 1921: seconda grande campagna satyagraha di disobbedienza civile per
rivendicare il diritto all'indipendenza. Incarcerato, rilasciato,
Gandhi partecipa alla Conferenza di Londra sul problema indiano,
chiedendo l'indipendenza del suo paese.

- 1930: terza campagna di resistenza. La marcia del sale:
disobbedienza contro la tassa sul sale (la più iniqua perché colpiva
soprattutto le classi povere). La campagna si allarga con il
boicottaggio dei tessuti provenienti dall'estero. Gli inglesi
arrestano Gandhi, sua moglie e altre 50.000 persone.



Spesso incarcerato negli anni successivi, la "Grande Anima" risponde
agli arresti con lunghissimi scioperi della fame (importante è quello
che egli intraprende per richiamare l'attenzione sul problema della
condizione degli intoccabili, la casta più bassa della società
indiana).



All'inizio della Seconda Guerra Mondiale, Gandhi decide di non
sostenere l'Inghilterra se questa non garantisce all'India
l'indipendenza. Il governo britannico reagisce con l'arresto di oltre
60.000 oppositori e dello stesso Mahatma, che è rilasciato dopo due
anni.



Il 15 agosto 1947 l'India conquista l'indipendenza. Gandhi, però, vive
questo momento con dolore, pregando e digiunando. Il subcontinente
indiano è diviso in due stati, India e Pakistan, la cui creazione
sancisce la separazione fra indù e musulmani e culmina in una violenta
guerra civile che costa, alla fine del 1947, quasi un milione di morti
e sei milioni di profughi.

L'atteggiamento moderato di Gandhi sul problema della divisione del
paese suscita l'odio di un fanatico indù che lo uccide il 30 gennaio
1948, durante un incontro di preghiera.
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Il pensiero di Gandhi si basa su tre punti fondamentali:


1. Autodeterminazione dei popoli: Gandhi riteneva fondamentale il
fatto che gli indiani potessero decidere come governare il loro paese,
perché la miseria nella quale si trovava dipendeva dallo sfruttamento
delle risorse da parte dei colonizzatori britannici.

2. Nonviolenza: è necessario precisare che tale precetto non si ferma
ad una posizione negativa (non essere causa di male agli altri) ma
possiede in sé la carica positiva della benevolenza universale e
diventa l'"amore puro" comandato dai sacri testi dell'Induismo, dai
Vangeli e dal Corano. La nonviolenza è quindi un imperativo religioso
prima che un principio dell'azione politico-sociale.
Il Mahatma rifiuta la violenza come strategia di lotta in quanto la
violenza suscita solamente altra violenza. Di fronte ai violenti e
agli oppressori, però, non è passivo, anzi. Egli propone una strategia
che consiste nella resistenza passiva, il non reagire, in altre
parole, alle provocazioni dei violenti, e nella disobbedienza civile,
vale a dire il rifiuto di sottoporsi a leggi ingiuste.
"La mia non-cooperazione non nuoce a nessuno; è non-cooperazione con
il male,… portato a sistema, non con chi fa il male" (Gandhi, Gandhi
Parla di Stesso, p.128).


3. Tolleranza religiosa: "… il mio più intimo desiderio" dice Ghandhi
"… è di realizzare la fratellanza … tra tutti gli uomini, indù,
musulmani, cristiani, parsi e ebrei" (M.K.Gandhi, Gandhi Parla di Se
Stesso, p.83). Gandhi sognava la convivenza pacifica e rispettosa dei
tantissimi gruppi etnici e delle diverse professioni religiose
presenti in India. Queste erano delle ricchezze che dovevano convivere
e non dividere politicamente la nazione. Purtroppo, gli eventi non
andarono come sperava Gandhi.
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Il messaggio che il Mahatma ci lascia è molto attuale e la storia
contemporanea, purtroppo, continua ad essere macchiata dalla guerra e
dalla violenza.

Gandhi, "piccolo grande uomo", riesce con le sue sole forze, a
sconfiggere il potente Impero britannico e a realizzare il suo grande
sogno dell'indipendenza per il suo paese. Come? Con la forza
sbalorditiva della nonviolenza, del boicottaggio pacifico, della
resistenza passiva e della ricerca della Verità (Dio).

Come possiamo rendere attuale Gandhi? Come possiamo essere anche noi
portatori di pace?

Gandhi dimostra che la forza di un singolo uomo può diventare la forza
di un popolo intero. Non dobbiamo quindi disperare se ci sembra che
poteri superiori vogliano decidere per noi e armarci la mano. Gandhi
stesso, con le sue parole, ci incoraggia a "cercare … la propria
strada e … seguirla senza esitazioni" e a "non avere paura".
Rivolgendosi a ciascuno di noi aggiunge: "…affidati alla piccola voce
interiore che abita il tuo cuore e che ti esorta ad abbandonare …,
tutto, per dare la tua testimonianza di ciò per cui hai vissuto e di
ciò per cui sei pronto a morire" (The Bombay Chronicle, 9 agosto
1942).



Il precetto della seguente strofa didattica di Gajarati – rispondere
al male con il bene – fu il principio guida di Gandhi:



"Per una scodella d'acqua,

rendi un pasto abbondante;

per un saluto gentile,

prostrati a terra con zelo;

per un semplice soldo,

ripaga con oro;

se ti salvano la vita,

non risparmiare la tua.



Così parole e azione del saggio riverisci;

per ogni piccolo servizio,

dà un compenso dieci volte maggiore:



Chi è davvero nobile,

conosce tutti come uno solo

e rende con gioia bene per male".

(M.K.Gandhi, L'Arte di Vivere, p.90).



"La nonviolenza è il primo articolo della mia fede e l'ultimo del mio
credo" (M.K.Gandhi, Gandhi parla di se stesso, EMI, Bologna, 1998,
p.63).


"Sono un incorreggibile ottimista. Il mio ottimismo si fonda sulla mia
convinzione che ogni individuo ha infinite possibilità di sviluppare
la nonviolenza. Più l'individuo la sviluppa, più essa si diffonderà
come un contagio che a poco a poco contaminerà tutto il mondo". (Id.,
p.142)





"…non c'è liberazione per alcuno su questa terra, né per tutta la
gente di questa terra, se non attraverso la verità e la nonviolenza,
in ogni cammino della vita, senza eccezione". (M.K.Gandhi, La forza
della Verità, vol.1, Sonda, Torino, 1991, p.78)



"La mia vita è il mio messaggio" (Id., p.248)



"La vera moralità non consiste nel seguire il sentiero battuto, ma nel
cercare ciascuno la propria strada e nel seguirla senza esitazioni".
(M.K.Gandhi, L'Arte di Vivere, EMI, Bologna, 1992, p.190)



"…l'amore non conosce mai la paura". (Id., p.184)



"Una cosa è certa. Se la folle corsa agli armamenti continua, dovrà
necessariamente concludersi in un massacro quale non si è mai visto
nella storia. Se ci sarà un vincitore, la vittoria vera sarà una morte
vivente per la nazione che riuscirà vittoriosa. Non c'è scampo allora
alla rovina incombente se non attraverso la coraggiosa e
incondizionata accettazione del metodo non violento con tutte le sue
mirabili implicazioni. Se non vi fosse cupidigia, non vi sarebbe
motivo di armamenti. Il principio della non violenza richiede la
completa astensione da qualsiasi forma di sfruttamento. Non appena
scomparirà lo spirito di sfruttamento, gli armamenti saranno sentiti
come un effettivo insopportabile peso. Non si può giungere a un vero
disarmo se le nazioni del mondo non cessano di sfruttarsi a vicenda".
(M.K.Gandhi, Antiche come le Montagne, ed. di Comunità, Milano, 1981).

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Gandhi, M. L. King, Popper, Kant
Mohandas Karamchand Gandhi, Young India, 1920, 1927

«Non sono un visionario. Sostengo di essere un pratico idealista. La
religione della nonviolenza non appartiene solo ai rishis e ai santi,
ma a tutta la gente comune. La nonviolenza è la legge della nostra
specie, così come la violenza è la legge dei bruti. In questi ultimi
lo spirito rimane dormiente e non conosce alcuna altra legge se non
quella della potenza fisica. La dignità dell'uomo richiede invece
l'obbedienza ad una norma superiore, cioè alla forza dello spirito… I
rishis, che scoprirono la dottrina della nonviolenza in mezzo alla
violenza, furono geni superiori a Newton. Conoscevano anch'essi l'uso
delle armi, ma compresero la loro inutilità ed insegnarono a un mondo
esausto che la sua salvezza non risiedeva nella violenza, ma nella
nonviolenza».

«[Il Satyagraha] è una forza cui possono fare ricorso i singoli
individui, così come le comunità. Potrebbe allo stesso modo essere
utilizzata nelle questioni politiche e in quelle domestiche. La sua
applicabilità universale è una dimostrazione della sua continuità e
invincibilità. Può essere usata allo stesso modo da uomini, donne e
bambini. È del tutto sbagliato affermare che sia una forza che può
essere usata solo dai deboli, fino a che questi non saranno in grado
di rispondere alla violenza con la violenza… La forza del Satyagraha
sta alla violenza e, dunque, alla tirannide e all'ingiustizia, come la
luce sta al buio. In politica, il suo utilizzo è basato sul principio
immutabile che il governo del popolo è possibile solo finchè
quest'ultimo acconsente, consciamente o incosciamente, ad essere
governato».

Martin Luther King, Letter from Birmingham Jail, 1963

«Non c'è nulla di sbagliato che una legge esiga che una manifestazione
non debba essere consentita, ma quando questa legge viene impiegata
per mantenere la segregazione e negare invece ai cittadini il
privilegio garantito dal Primo Emendamento per le assemblee pacifiche
e per la protesta pacifica, allora questa legge si fa ingiusta (…). In
nessun modo io difendo l'infrazione della legge o la sfida alla legge,
come fanno invece i segregazionisti infuriati. Questo non ci
condurrebbe che all'anarchia. Infrangere una legge ingiusta deve
essere fatto alla luce del sole, con amore (…) e con disponibilità ad
accettare la punizione. Io sostengo che un individuo che infranga una
legge che la coscienza gli dice essere ingiusta, ma che accetta di
buon grado di andare in prigione per sollevare le coscienze della
comunità sul caso dell'ingiustizia inflittagli, esprime in realtà un
altissimo rispetto della legge (…). Non dobbiamo mai dimenticare che
tutto ciò che Hitler fece in Germania era legale, e che tutto ciò che
fecero i combattenti per la libertà d'Ungheria era "illegale"».

Karl Popper, All Life Is Problem Solving, 1994

«Nell'interesse della pace, sono un avversario del cosiddetto
movimento pacifista. Dobbiamo imparare dalle nostre esperienze e già
due volte il movimento pacifista ha contribuito a incoraggiare
l'aggressore. L'imperatore Guglielmo II, si aspettava che
l'Inghilterra, nonostante le garanzie fatte al Belgio, non si
decidesse alla guerra proprio a motivo del pacifismo; e analogamente
pensò Hitler, nonostante le garanzie fatte dall'Inghilterra alla
Polonia».

Karl Popper, La lezione di questo secolo, 1992 (a.c. di Giancarlo
Bosetti)

«Lo Stato di diritto consiste prima di tutto nell'eliminare la
violenza. Io non posso, in base al diritto, prendere a pugni un'altra
persona. La libertà dei miei pugni è limitata dal diritto degli altri
di difendere il loro naso. Quando consentiamo che venga abbattuta e
tolta di scena la generale avversione alla violenza, davvero sabotiamo
lo Stato di diritto e l'accordo generale in base al quale la violenza
deve essere evitata. In quel modo sabotiamo la nostra civilizzazione
(…). Lo Stato di diritto esige la nonviolenza, che ne è il nucleo
fondamentale (…) e l'idea è sempre la stessa: massimizzare la libertà
di ciascuno nei limiti della libertà degli altri. Se invece andiamo
avanti come stiamo facendo ora, ci troveremo presto a vivere in una
società in cui l'assassinio sarà pane quotidiano (…). [Queste
indicazioni non sono] né di destra né di sinistra [ma] indicano
qualcosa che potrebbe prendere il posto della distinzione
destra-sinistra. Vale a dire che noi dobbiamo pensare a quali fatti
sono necessari per realizzare quegli obiettivi (…). Dovremmo insomma
soppiantare questo orribile sistema dei partiti, in base al quale la
gente che sta in questo momento nei nostri Parlamenti è prima di tutto
dipendente da un partito e solo in seconda istanza sta per usare il
proprio cervello per il bene della popolazione che rappresenta. La mia
opinione è che questo sistema deve essere sostituito e che noi
dobbiamo tornare, se possibile, ad uno Stato in cui gli eletti vadano
in Parlamento e dicano: io sono il vostro rappresentante e non
appartengo a nessun partito».

Immanuel Kant, Per la pace perpetua, 1795

«Il diritto internazionale dev'essere fondato su un federalismo di
liberi Stati. Questa sarebbe una federazione di popoli, che non
dovrebbe essere però uno Stato di popoli. In ciò vi sarebbe infatti
una contraddizione, poiché ogni Stato implica il rapporto di un
superiore (legislatore) con un inferiore (colui che obbedisce, cioè il
popolo), mentre molti popoli in uno Stato costituirebbero un sol
popolo: il che contraddice al presupposto (poiché qui noi dobbiamo
considerare il diritto dei popoli tra loro in quanto essi
costituiscono altrettanti Stati diversi e non devono confondersi in un
solo ed unico Stato). (…) Il diritto internazionale inteso come
diritto alla guerra non è propriamente concepibile (poiché dovrebbe
essere un diritto di determinare ciò che è giusto non secondo leggi
esterne universalmente valide, limitanti la libertà di ciascuno, ma
secondo massime unilaterali, per mezzo della forza). (…) Per gli Stati
che stanno tra loro in rapporto reciproco non può esservi altra
maniera razionale per uscire dallo stato naturale senza leggi, che è
soltanto stato di guerra, se non rinunciare, come i singoli individui,
alla loro libertà selvaggia ("senza leggi"), consentire a leggi
pubbliche coattive e formare così uno Stato di popoli (civitas
gentium) che si estenderebbe sempre più ed abbraccerebbe infine tutti
i popoli della terra. Ma poiché essi, secondo la loro idea del diritto
internazionale, non vogliono ciò affatto e rigettano quindi in ipotesi
ciò che in tesi è giusto, così in luogo dell'idea positiva di una
repubblica universale (e perché non tutto debba andare perduto) rimane
soltanto il surrogato negativo di una lega permanente e sempre più
estesa, come unico strumento possibile che ponga al riparo dalla
guerra e arresti il torrente delle tendenze ostili contrarie al
diritto, sempre però con il continuo pericolo che queste erompano
nuovamente (Furor in ius intus (…) fremit horridus ore cruento
Virgilio, Eneide I, 294-96)».

di Yasmine Ravaglia





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